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Avevo ormai perso
il conto delle isole visitate dal Beatrix e il loro ricordo stava
assumendo, nella mia mente, la consistenza di una tiepida melassa di
immagini, suoni, profumi e parole che faticavo sempre più ad associare ai
singoli eventi. Eppure, tanta
confusione, aveva in se un che di rassicurante, di familiare: era come se
tutti i miei ricordi fossero scivolati indietro nel tempo, fino alla mia
infanzia, e si fossero sciolti in un brodo zuccherino di coccole e fusa,
carezze e latte tiepido. Cosi', quando
calpestai per la prima volta le sabbia fine dell'isola di S.Diogene, un
brufolino di roccia e corallo con trenta alberi e una collina calva ben
nascosto nel cuore dell'oceano, provai una sensazione di familiarità così
naturale e convincente che non esitai ad infilarmi nel boschetto con
l'intenzione di raggiungere la cima della montagnola per esplorarne il
territorio. Davvero non pareva
che ci fosse altro da fare prima di cena. Per l’equipaggio
era disabitata, ma dal ponte avevo sentito l’inconfondibile canto
d’amore di un guerriero. Era appena
trascorso l’inverno, con le sue piogge gelide, le onde alte come
montagne, il vento che spinge le nuvole così veloci e così basse che ti
spettinano tutto solo che osi alzar la testa. Avevo ancora nelle
orecchie il terribile battito del cuore della nave, il tuono, la prua che
si alza verso il cielo e ricade pesante sull’acqua, frangendo un’onda
dopo l’altra, all’infinito, mentre il legno nero del ponte riflette un
cielo uguale e si perdono nelle nuvolette che ti escono dal naso i ricordi
delle belle serate tiepide, i temporali estivi e le mattinate fresche e
profumate, subito scaldate dal sole. Il canto del
guerriero cambiava i colori del mondo, lo ascoltavo incantato mentre le
fronde sussurravano commenti ironici e il vento li spifferava in giro. -
Ehi gatto! Li senti i
tuoi amici? E’ tempo di darsi da fare! Scendi a terra a farti un giro,
c’è tutto il tempo! - Era il nostromo,
quello che di tanto in tanto mi lisciava il pelo con un vecchio pettine e
aveva sempre una aringa fresca per me. Era un amico. Avevo affrontato
tre tempeste ed ero ormai un marinaio, primo gatto di bordo, ma mancava
ancora qualcosa per far di me un vero gatto. Contrariamente
alle altre isole, gli alberi di S.Diogene non erano le solite palme ma
maestosi pini marittimi, finiti in questa parte del mondo per chissà
quale destino capriccioso. Camminavo su un
soffice tappeto di aghi di pino e muschio e respiravo l'aria più fresca e
leggera che mai mi fosse capitato di respirare da quando ero partito:
sotto la volta delle fronde si udiva solo un leggero mormorio di vento e
il ronzare di un calabrone pigro, mentre perfino il mare sembrava essersi
ritirato in un punto lontanissimo. C’era un vago
profumo di resina e fiori di pitosforo, come se la primavera fosse
l’unica stagione possibile, e
potevo intravedere, fra i tronchi dritti e i bassi cespugli di mirto, il
tappeto di fragole selvatiche ed erba gatta che ricopriva la collina. -
Accidenti!-
mi venne da esclamare -
mai visto un posto così ! Che sia questa l’isola che sto cercando?- Avevo parlato al
vento, o a me stesso, ma mi rispose un umano in carne ed ossa e, davvero,
non riuscii a capire, lì per lì, come avesse potuto fare. -
E no, amico mio, questa
non e’ la tua isola: e’ la mia!- Lo accompagnava la
gatta più affascinante e conturbante che potessi mai augurarmi di
incontrare. Lei mi guardò,
soffiò leggermente un irresistibile invito e si nascose tre le gambe del
misterioso padrone dell’isola. -
Mi scusi,
signore…credevo che non ci fossero uomini qui…- -
Non ce ne sono infatti!- -
Mi prende in giro,
signore? Io ne vedo bene almeno uno davanti a me!- -
Non tutto ciò che si
vede e’ necessariamente ciò che sembra.- -
Questo non rende
particolarmente facile la vita, mi pare.- -
Oh! La vita…dura
talmente poco: non pensi che vi sia qualcosa di più importante?- -
Perdoni la franchezza, ma
non mi sovviene nulla che possa essere preferibile o che possa sostituirsi
alla vita: se uno muore che vale tutto il resto?- -
E allora perche’ hai
affrontato tre tempeste e questo lungo viaggio?- -
Beh…sto cercando
un’isola…- -
Potevi morire, fare
naufragio, perderti, essere rapito da un demone del mare.- -
Non esistono demoni del
mare…- -
Io, una volta, ho visto
un trichegioco!- -
Un…cosa?- -
Non ha importanza.
Piuttosto mi pare di capire che, rischiare la vita, non fosse un problema
per te: dunque c’e’ qualcosa che conta di più.- -
Non ci avevo pensato.
Ma allora cosa e’ la cosa che conta più di ogni altra?- La gatta si
avvicinò e mi annusò con grazia: aveva due occhi verde smeraldo e un
profumo che stordiva. -
Tante cose e nessuna in
particolare. In effetti non si può dire cosa sia più importante: per me
é la conoscenza, che sopravvive a chiunque e si tramanda di generazione
in generazione, con la quale si costruiscono le navi per fare i viaggi e
trovare, ciascuno, la propria isola…- -
Allora anche il sogno di
un isola può essere più importante della conoscenza, poichè senza non
ci sarebbe motivo di costruire navi…- La risata fu
sincera e il gesto eloquente. -
Oh, oh, piccolo Fletcher,
sei più in gamba di quanto credessi!- -
Ehmm…- La gatta pareva
davvero ben impressionata dalla mia arguzia e io ne approfittai per
sussurrarle un timido invito. -
Credo di essere diretto
verso quella stessa isola che vai cercando. Potremmo portare a compimento
il viaggio insieme, se sei d'accordo.- -
Ha una nave tutta sua?- -
No, non mi serve.- -
Dubito che sul Beatrix vi
sia posto per un passeggero…- -
Allora non potremo far
altro che fermarci qui.- Rimasi a bocca
aperta. Lui si guardò
intorno con un gesto plateale e borbottò qualcosa a proposito del fatto
che il posto, in fondo, non era niente male: bastava aggiungere qualche
albero, una collina, una casetta per se e qualche altra per gli ospiti, un
ruscello, un laghetto, due o tre sentieri... mentre la gatta si avvicinava
ronfando e fissandomi in un modo decisamente strano. |
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